Nel centro

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Nel grande continente Australiano la maggior parte della terra è bush, od arido deserto. Le distanze sono enormi, la natura delle terre difficile. Per vivere nel suo centro, per noi, sono indispensabili innanzi tutto acqua, ombra ed aria condizionata, per evitare di collassare alle sue temperature che possono variare dai 36 ai 39 gradi, in alcuni punti particolarmente dotati, arrivano fino a 50 gradi! Il clima è secco, molto secco, le mucose del naso si screpolano, sembra di respirare l’aria di un asciugacapelli, la gola si secca, il solo parlare la fa raschiare, gli occhi diventano vetrosi, è necessario umettarli di tanto in tanto con lacrime artificiali… Se si cammina, è consigliato bere acqua ogni quarto d’ora, la disidratazione è in agguato, come il collasso per chi soffre di bassa pressione. In questo ambiente così duro e particolare, solo gli aborigeni riescono ad essere a proprio agio, forti delle tradizioni millenarie che hanno loro insegnato come interagire con questo ambiente così particolare. Anche la conformazione del corpo, quel naso così largo, che probabilmente li protegge dalla polvere e dal gran calore, le loro gambe magre che li aiutano nei lunghi cammini, come i corpi che in passato dovevano essere magri anch’essi.
Oggi li si vede vagare, persi nei fiumi dell’alcool, li si può trovare accasciati a terra, o peggio, intenti ad urlare feroci imprecazioni nella loro lingua. Sapevo che questo popolo era stato distrutto, e forse lo è ancora, ma non mi aspettavo di trovarmi davanti alla realtà così dura e cruda. Queste figure scure, coi capelli tinti di biondo, (ma perché mai tutti i popoli scuri di pelle e di capelli amano tingersi di biondo?), che camminano con un’andatura molle, da sole od in piccoli gruppi, per poi sedersi accasciandosi a terra, con le facce prive d’espressione, o forse con uno sguardo drammatico nel volto, a sottolineare l’ineluttabilità del loro destino. Come hanno potuto queste persone trasformarsi così dai fieri guerrieri che erano? Siamo stati noi ad averli distrutti, e siamo noi che continuiamo ancora, permettendo loro di avere una pensione sin dalla nascita, per tenerli tranquilli, per ubriacarli con le nostre stesse mani. Siamo stati noi che abbiamo distrutto le loro famiglie, separando i figli dalle madri, per dare loro la nostra educazione.
Sento un profondo dolore nel mio animo, un dolore sordo e feroce, pieno di rabbia per tutto questo, che viene sottolineato dallo sguardo di una vecchia sdentata che mi si avvicina di notte per vendermi un suo dipinto, srotolandomelo davanti: “I am hungry.” mi dice biascicando, “Ho fame.”

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Uluru

IMG_8999Il grande masso prende vita mano mano che mi avvicino, nella lunga marcia di tre ore, necessarie per girargli intorno. È maestoso ed imponente, immagino cosa possano aver pensato i primi aborigeni che lo hanno scoperto, quelli della tribù anche oggi chiamata Mala, che capirono immediatamente come la loro vita potesse agevolmente continuare negli anfratti di quella grande pietra, unica al mondo, con i suoi 348 metri di altezza, ma attenzione, i suoi due terzi sono sepolti sotto la sabbia ed una lunghezza pari a 3 chilometri e 600 metri. Vederselo apparire davanti, mentre ci si avvicina in auto, da un tuffo al cuore, ma altrettanto emozionante è carpirne l’energia, girandogli intorno, camminando facendosi accompagnare dalla sua sagoma maestosa. Ad ogni grotta, ad ogni sua apertura appartiene una leggenda, od una scena di vita, se si osserva con attenzione è ancora possibile intravedere il circolo dei saggi, vecchi dai capelli bianchi seduti uno a fianco all’altro, guardia silenziosa di quel sacro sito, o le donne più mature, mentre impartiscono insegnamenti alle più giovani, il principale: come educare i loro figli. Per una tribù sana, educazione e tradizioni sono fondamentali. Cammino a fianco della pietra, con la testa avvolta nella veletta per limitare le fastidiose mosche. Cammino all’ombra degli alti arbusti della bush, con un vento leggero che mi impedisce di sudare. Cammino leggera guardando il grande masso con estrema attenzione, cercando di non perdermi nessun dettaglio, osservandolo con attenzione. Ad un certo momento una grande apertura dalla forma di un’enorme bocca fa uscire un mormorio dalle mie labbra: “Parlami…” Il contatto è avvenuto, anche se in silenzio, il grande masso, l’Uluru si è fatto sentire da me.

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Coober Pedy

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Ci sente parlare e si avvicina. Ha gli occhi acquosi, lo sguardo ceruleo, riesce ad essere pettinato e spettinato al tempo stesso, con il segno della notte sul dietro della sua testa. Indossa una tuta bianca, pulita ma macchiata, forse qualcuno si occupa di lui, probabilmente una moglie sua coetanea, con poca vista negli occhi, forse è lui stesso a lavare i propri indumenti, senza vedere le macchie. Ha voglia di parlare con noi, ma senza entusiasmo, non ha alcuna traccia di sorpresa nella voce. “Abruzzese, sono abruzzese”, ci confida, “Abbiamo scavato tanto, si scavava come dei matti!” Cober Pedy è un posto incredibile, i giacimenti di opale hanno fatto diventare questa terra che giace nel cuore secco dell’Australia un cumulo di macerie: si scava, creando pozzi nella roccia sotterranea, i detriti, una volta estratti, vengono passati al setaccio, alla ricerca di una qualche bella pietra che possa finalmente fare arricchire. Oggi restano per chilometri e chilometri quadri i cumuli di materiale sciolto, tanto da tramutare lo skyline, dal morbido deserto che era, in quello di un’enorme discarica. Le stanze sotterranee hanno trovato oggi una nuova dignità, sono state trasformate in luoghi di ritrovo, stanze di alberghi, dove si vive benissimo, in penombra, protetti dal caldo che, inesorabile, perseguita chiunque si avventuri all’esterno. Dormirò nel fondo di una galleria, con al fianco del mio letto una parete di roccia, tagliata ben diritta, con ancora i segni del macchinario che l’ha frantumata, asciutta, senza muffe, con i pozzi di ventilazione, semplici tubi di alluminio con cappuccio che sporgono arditi per parecchi metri dal terreno, che non fanno mancare l’aria, con grande sorpresa del mio respiro asmatico.

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I camini di ventilazione visti dall’esterno

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I camini di ventilazione visti dall’interno

La roccia mi parla, ma non capisco la sua lingua, se solo mio fratello, geologo, fosse qui, potrebbe raccontarmi la storia millenaria di quegli strati, di come si è formata quell’unica striscia bianca, di quando. Passare dalla forte luce bianca circondata di caldo soffocante come un enorme asciugacapelli dell’esterno, da quel panorama sconsolato fatto di pietre e ferraglia all’oscurità dell’interno impressiona, anche perché questo passaggio non viene accompagnato dal fresco come nelle nostre grotte, ci si libera solo dalla persecuzione di quell’aria calda ed estremamente secca. Un largo corridoio in discesa ci accompagna, ai suoi lati le nicchie, oggi stanze, scavate con tanta fatica. Non a mano, credo, con l’aiuto delle grandi pale meccaniche, quei mostri potenti d’acciaio che si incontrano arrugginiti in superficie. “Meccanico, ero meccanico” racconta il nuovo amico, certo avrà preferito scegliere una strada forse più sicura per guadagnarsi il pane, sempre che gli scavatori riuscissero ad avere fortuna e pagare i suoi interventi.

Penso alle vite faticose, alle speranze forse mai raggiunte, un’altra immagine mi viene alla mente: “Ho visto i piedi quando è passato adagiato su un carretto, un incidente, un crollo improvviso, tutto il paese mormorava che era morto un italiano…” Quell’italiano era il marito di Carmela, abruzzesi anch’essi, partiti dal paese sassoso in cerca di una vita migliore. La giovane moglie non si era arresa di fronte alla disgrazia, con la tenacia tipica della sua terra era rimasta, senza accogliere l’offerta del padre, fotografo, un artista per l’epoca, che la avrebbe volentieri ripresa in famiglia, per crescere quella bambina che portava in grembo, senza saperlo, già al momento dell’incidente. Carmela è una che ce l’ha fatta, pulendo e lustrando, non cucinando come molti immaginavano, cucinare no, non le era mai piaciuto, nonostante fosse italiana, ma la pulizia, quella si che era il suo forte. 

Senza spendere un soldo, alloggiata e nutrita, aveva servito uno dopo l’altro i direttori di quella banca, che le avevano anche concesso dei prestiti, crescendo la sua bambina con semplicità, senza farle mancare nulla, riuscendo a comperare una casa, oggi affittata, per non avere ristrettezze in vecchiaia, anche se lei, donna semplice e parsimoniosa, si conta persino i sorsi dell’acqua che beve, per obbedire al dottore, dieci sorsate, non una di più, non una di meno. Carmela, non so se ti rivedrò, ma il tuo sguardo da animale ferito mi ha trapassato il cuore. Non sapevo, non potevo immaginare che nel giro di soli due anni avresti perso il contatto con questo mondo, tu che uscivi all’alba ed al tramonto per camminare con tanto di scarpe da ginnastica, e ti si vedeva passare su e giù per le salite del centro di Noumea, e qualche volta ti ho anche accompagnata! Non perché tu non mi abbia riconosciuta, il tuo sguardo mi ha colpita, quello sguardo di animale in difficoltà, che non sa bene come fare per uscire dalla trappola in cui si trova, ecco, quello mi ha molto toccata, quell’angoscia profonda che usciva dai tuoi occhi. Come mia nonna sei sempre stata apprensiva e pessimista, temendo di essere travolta da qualche altra disgrazia, ora il senno ti sta lasciando per non farti capire la fine che inevitabile, ti si sta preparando. Fino a due anni fa le tue carni erano fresche, ora pendono stanche, non hai più muscoli, stai perdendo forze. La tua casa no, sempre perfetta, con quelle tende gialle di un tessuto speciale cucite da te stessa, che proteggono i tuoi occhi dall’eccessiva luminosità del giorno, colorando allegramente il tuo piccolo appartamento.

Carmela, non so se ti rivedrò, ma mi ricorderò per sempre di te!

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La prima chiesa di Coober Pedy

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Il cane bianco ed il cane nero

IMG_8952Gli occidentali che sono arrivati come coloni, alla vista delle due montagne si sono limitati a soprannominarle la montagna del sale e la montagna del pepe. Una è di colore chiaro, l’altra più scura, facilmente le si associano alla saliera ed alla pepiera che mettiamo sulle nostre tavole. Ma loro no, il popolo degli aborigeni, con la loro conoscenza del territorio e la fervida fantasia della quale sono impregnati, per loro queste due montagne rivestono una diversa rappresentazione. Se si osserva con attenzione, poco lontano delle due montagne se ne può vedere un’altra, un cilindro dalla base larga che alla sommità termina in una punta, questo è l’uomo. Le due montagne poco lontane sono i suoi cani, uno bianco ed uno nero, che obbediscono ad un suo minimo cenno. Quando all’alba od al tramonto ci si reca nel deserto per assistere allo spettacolo che il sole ci regala ogni giorno, se si socchiudono gli occhi e si guardano le tre montagne, è possibile vederle prendere vita, con l’uomo seriamente impegnato nell’addestramento dei suoi due cani. Il cane bianco ed il cane nero.

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Ikara

La riunione era in corso, tutte le tribù degli adnyamanthanha, i popoli delle colline, si erano riunite: erano presenti i waikpi, i kuyani, gli jadliaura, i piladappa ed anche i pangkala; la cerimonia iniziatica era il corso. I partecipanti erano così assorti in quello che stavano facendo, da non accorgersi che due enormi akurra, serpenti giganti, stavano per mangiarli, ed inghiottirono quasi tutti i partecipanti. Il lauto banchetto non fu favorevole alle due bestie striscianti, che si attorcigliarono fra loro senza più riuscire a muoversi, lasciandosi morire avvolti in quel tenero abbraccio. Il picco che porta il nome di Santa Maria, corrisponde alla testa del serpente femmina ed è per questo che ancora oggi i popoli della montagna non sono contenti quando si sale su questa vetta.
Il serpente non è certo il mio animale totemico, infatti la montagna mi ha quasi respinta, facendoci ignorare il bivio che portava alla sua sommità e nascondendosi dietro alle nuvole all’alba del giorno seguente per farsi fotografare, sì, ma avvolta da un profondo mistero.

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Aquila nera

È la fantasia che mi permette di superare momenti per me difficili, quando mi sento chiusa, costretta, soffocata, sensazione che maggiormente detesto. Quando la libertà della mia piccola persona viene limitata, da fatti o persone, o semplicemente anche da un banale acquazzone! Quando ero bambina e mia madre mi lavava, sgridandomi bruscamente come era solita fare, non la ascoltavo, riuscivo a fare il vuoto nelle mie orecchie e parlavo con quel neo che avevo sul ginocchio, un neo ovale di colore marrone, che ora non ho più: come sono cresciuta e non ho avuto più bisogno di parlare con lui, si è magicamente dissolto senza lasciare alcuna traccia. Adesso che sono adulta, ho imparato ad avere pensieri costruttivi, organizzare, programmare, riflettere. Improvvisamente la mia fantasia parte, la mente inizia a volare alta, a librarsi seguendo le onde del mare. Oggi sono un’aquila nera dall’enorme apertura alare che si lascia librare in cielo sospesa dalle correnti ascensionali dei venti, guardando con i suoi occhi acuti senza perdere il minimo dettaglio. Mi lascio andare nel cielo caldo, rinfrescandomi con l’aria in movimento, planando nelle gole dei canyon, seguendo con gli occhi l’andamento dei corsi d’acqua, attenta ad ogni minimo movimento. Volo libera nel grande cielo, consapevole di poter toccare terra con una rapida picchiata in un attimo, mi piace l’immensità della prateria sotto di me, così come mi piacciono gli ammassi di pietre o gli stretti cunicoli dei creek.
Imprigionare la mente non è possibile, non la mia.

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Un assaggio di Australia

L’Australia scorre sotto i miei occhi a ritmo serrato, il viaggio Australia Sud di AVVENTURE NEL MONDO è breve e come tutti i viaggi brevi permette di avere un’idea di corsa di questo grande stato continente.

2015/01/img_8694.jpgIl gruppo è arrivato la sera a Melbourne, il giorno seguente ci siamo spinti a sud fino a Phillip Island, al ritorno in serata eravamo assetati di città dopo un giorno di ampi panorami e l’abbiamo girata insieme, godendo della sua bella architettura urbana.

2015/01/img_8691.jpg Il giorno seguente ci siamo lanciati nella Great Ocean Road coinvolti nei suoi incredibili panorami e che emozione vedere quelle dodici piccole isole artificiali formatesi grazie all’impeto delle onde di secoli contro il calcare della montagna, che i primi coloni, ispirati dalla religione, hanno voluto chiamare i 12 apostoli.

2015/01/img_8733.jpgAbbiamo dormito nella tranquilla Warranambool, mangiato in riva al mare a Portland, scoprendone la bellezza.

2015/01/img_8768.jpgHo avuto una camera da principessa australiana la notte prima del mio compleanno a Cape Jervis dove ci siamo fermati per poter traghettare presto, all’alba nella particolare Kangaroo Island, dove gli animali ci hanno fatto girare la testa. Non tanto i simpatici koala, che dormivano abbracciati con tenerezza, o mangiavano placidi i teneri germogli di eucalipto, o i canguri, che mai avrei immaginato saltellassero così chinati, del resto, li avevo visti solo nei cartoni animati…

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2015/01/img_8835.jpgFoche e leoni marini hanno inscenato uno spettacolo per noi, laggiù nell’estremo dell’isola, nel parco di Flinders Chase, intorno all’Admirals Arch, luogo di per se di grande bellezza, mostrandosi in tutte le loro possibili attività. Alcuni esemplari poltrivano al sole, girandosi di tanto in tanto per abbrustolirsi meglio, i maschi nuotavano giocando con le onde, facendo emergere dalla spuma ora la coda, ora una pinna; i maschi più giovani si affrontavano a morsi per provare quale dei due fosse il più forte, in una danza leggera ma feroce, intrecciando i loro grassi colli come cigni; i piccoli piangevano cercando di raggiungere disperatamente la loro madre, che poltriva piacevolmente distesa al sole, per poi rifugiarsi contro il suo corpo, una volta trovatala, e succhiare avidi il suo latte fra un grugnito e l’altro di approvazione. Nel branco c’erano animali di tutte le età, ed anche di colori diversi, due giovani femmine sembrava si fossero tinte di biondo per essere maggiormente attraenti! Mi era capitato numerose volte di vedere i leoni marini, in Nuova Zelanda una bella leonessa mi si era messa vezzosamente in posa per farsi riprendere, ma mai li avevo potuti osservare impegnati in tutte queste attività! Ciliegina sulla torta, al rientro in auto ci ha attraversato la strada un’echinea, l’istrice australiano. Mi piace questa Australia, sono contenta di starla assaggiando, nel mio prossimo viaggio qui mi fermerò molto di più.

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