Uno, due e tre

UNO

Un mese in Italia, da tre mesi lontana dalle mie amate isole, è tempo di fare un bilancio sul mio giro del mondo.

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Sapevo che questa sarebbe stata la parte più dura del viaggio, ne ero consapevole, anche per gli obiettivi che mi sono posta.
In Italia in una stagione non ottima, all’atto pratico pessima, con freddo, pioggia e cielo grigio che farebbero deprimere un bufalo. E mi deprimono. Mi sono iscritta in palestra per avere una mano a sopportare tutto ciò ed oggi, giornata di Pasqua, che non posso andare a stancarmi fra gli attrezzi mi sento perduta. Una fitta pioggia coronata da tuoni e lampi non spinge certo ad uscire.
Ho scelto di stare a casa di mia madre, con la speranza di recuperare il pessimo rapporto che abbiamo avuto per tutta la vita, questo forse è l’aspetto che turba maggiormente il mio soggiorno romano. Sono ben pregna della serenità che la Polinesia mi ha regalato, altrimenti non ce l’avrei fatta, non ce la farei. Dopo essermi riposata un paio di giorni a casa di mia sorella, dove di solito mi fermo, sono venuta qui, no, non nella mia cameretta d’infanzia, quella era stata immediatamente rasa al suolo come ero uscita da questa casa, burrascosamente, una notte, ed immediatamente occupata da mio fratello, tanto che nei miei brevi passaggi in questa casa era stata mia nonna a dovermi cedere la sua camera, a me ed a mio figlio, allora bimbo. Dormo nella cameretta da adolescente della mia sorellina, che adolescente non è più già da un pezzo, rosa, tutta fiocchi, con un bagno ad inserti di mosaico che, quando li avevo consigliati a mio padre mai avrei potuto immaginare di godere un giorno della loro bellezza. Sono scivolata in questa cameretta silenziosamente, portando appena il necessario per una notte; i primi giorni non sono stati facili, mia madre sembrava impazzita, come se le avessero infilato in casa una bomba, la sentivo continuamente trotterellare su e giù per il corridoio, come sempre quando è agitata. Visto che la bomba non esplodeva, anzi, se ne restava tranquilla con unico interesse un computer grigio, piano piano l’agitazione è scemata, pur restando io sotto stretta osservazione. Ogni mio oggetto viene perquisito, non più come quando ero giovane, per carpire i segreti della mia vita, ma con un disperato intento di educarmi. Ho riso una sera, trovando il mio libro di lettura chiuso, non aperto e scomposto come lo avevo scandalosamente lasciato sul comodino, con un pezzettino di carta al suo interno per non perdere il segno. Ho riso, non riuscivo più a dormire con quel riso che mi saliva dentro, immaginavo la faccia di mia madre mentre guardava il libro, lo spostava, cercava qualcosa da mettere al suo interno, usciva silenziosa dopo aver magari anche toccato le mie calze appoggiate sulla sedia. Alla presentazione del suo ultimo libro Elles, la scrittrice polinesiana Chantal Spitz raccontava di un suo personaggio, una bambina, la cui   madre, presa dalla propria bellezza, non toccava mai, non una carezza, non un abbraccio. Sono cresciuta così anch’io, con in più questo senso di continuo giudizio su di me, come un occhio enorme che mi segue ovunque, e la pressione di una disapprovazione perenne.
Sono venuta in questa casa con l’intento di rattoppare un rapporto, o forse di iniziarlo finalmente, impresa ardua, quasi impossibile.
La disapprovazione si fa sentire in tutto, dall’acqua che bevo, ai cibi che mangio, se esco, se resto in casa, la non accettazione della mia persona è forte e palpabile intorno a me. Stranamente non mi ferisce, ciò che mi pesa maggiormente, da brava primogenita, è la sconfitta. La sconfitta di non riuscire in questo obiettivo che mi sono posta.
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DUE

Sono al giro di boa del secondo mese. Una delle mie principali occupazioni è stata il sottopormi a visite mediche di ogni tipo, ho cercato di raggruppare tutti i controlli sulla mia persona, facendomi frugare in ogni buco, ed anche oltre. Meglio farlo in Italia, meglio avere davanti a me un medico che parli la mia stessa lingua, meglio capire ciò che mi dicono, fin nelle più intime sfumature.

Ho iniziato a pendere in mano le situazioni immobiliari, quelle che mi danno da vivere, razionalizzando, vendendo, comprando, ristrutturando, avvelenandomi per come si procede in questa parte di mondo, dove ognuno pensa esclusivamente al proprio piccolo interesse, perdendo di vista il benessere generale, che spesso include anche il proprio, in forma maggiore di quanto normalmente si pensi.
Sono riuscita ad incontrare qualche amica di vecchia data, a volte con entusiasmo, a volte con un velo di tristezza per i segni degli anni rimasti sul suo volto.
Mi sto mettendo l’anima in pace, sono sempre più convinta che la vita in questo vecchio mondo non sia più per me. Una nostalgia profonda mi assale, la nostalgia delle isole, delle mie isole. Quando vivevo qui sentivo che qualcosa era fuori posto, adesso so con esattezza che quel qualcosa ero io. Tahiti mia, non vedo l’ora di tornare, di salire in quell’aereo che mi porterà da te in una lunga volata. Per consolarmi ti celebro, raccontando di te pubblicamente in piccoli eventi dove posso mostrare le meraviglie tue e delle altre isole tue sorelle. È il mio atto di amore, di amore nostalgico che presto potrò coronare.
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TRE
Il terzo mese è avvenuto qualcosa di strano, di incredibile, il mio corpo ha iniziato a ribellarsi.

Ha iniziato a riempirsi di infezioni, faringite, bronchite, otite, congiuntivite, per sottolineare il disappunto del luogo in cui era stato portato.
Una fatica incredibile mi ha avvolta, pur senza fare grandi sforzi.
Ho capito che non sarei sopravvissuta, se fossi rimasta qui, il “mal d’amore” mi avrebbe consumata.
Ho capito che non avevo altra scelta che tornare nelle mie isole, in quel paese che sento mio come nessun altro al mondo.
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