Il mio secondo giro del mondo

Ho effettuato il mio primo giro del mondo inconsapevolmente, volando verso est, un lungo giro della terra che mi ha permesso di visitare tanti paesi: Taiwan, la Nuova Zelanda, Tonga, Fiji, Samoa, Samoa Americane, e mi sono resa conto di averlo fatto solo una volta compiuto il lungo periplo, durato un paio di mesi e rientrata nella mia cara Tahiti. Era d’obbligo approfittare di un rientro in Italia per rimettere le cose a posto e compiere la stessa impresa, sì, ma volando verso ovest. Con il mio primo giro accumulando ore su ore di differenza del mio orario personale rispetto al fuso di dove mi trovo, sto vivendo con un giorno in anticipo; il mio compleanno non e’ più il 22, bensì il 21! Soluzione: primo giro a destra, secondo a sinistra! Partirò l’8 gennaio da Tahiti per arrivare il 9 a Noumea, saltando a pie’ pari la linea di data, dove mi fermerò qualche giorno per salutare le mie care amiche ottuagenarie, il 13 gennaio volerò a Sydney e resterò in Australia un mese, per la mia prima esplorazione di questo stato-continente, il 13 febbraio passerò da Singapore spinta dalla curiosità e per incontrare un altro blogger, tedesco, conosciuto alle isole Cook, che mi ha anche intervistata; da li volerò a Colombo e, visto che lo Sri Lanka e’ nella lista dei paesi che desidero visitare, mi fermerò due settimane per arrivare a Roma il 3 marzo. “Mamma, ma vieni in autobus?” Mi ha chiesto mio figlio, ironico, quando gli ho comunicato che sarei partita i primi di gennaio per arrivare in Italia a marzo. Per il rientro, a Tahiti naturalmente, perche’ e’ ufficiale, la mia base è qui, deciderò al momento se gironzolare un attimo in sud America, dove mi piacerebbe passare per Buenos Aires, Uruguay e Paraguay o volare diretta alla meta. Che dire… Beh, seguitemi!

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Moana

Non c’è una madre, non c’è un padre, ne un amante appassionato che possano accogliere come mi hai accolto tu, Moana, oceano grande, oggi, quando sono tornata da te. Eri bello fresco, per trasmettermi l’energia di cui ho bisogno, per abbattere la stanchezza dovuta al lungo volo necessario a ricadere nelle tue braccia; mi hai accarezzata con le tue alghe, mandando le più morbide sulla mia pelle, soffici come spugne marine. Ti sei vestito del tuo azzurro più bello, simile a quello del mio vestito della festa, ma trasparente, con quella trasparenza luminosa che ti rende unico. Hai mandato a darmi il benvenuto una moltitudine dei tuoi piccoli pesci azzurri accorsi intorno a me, poi altri più chiari, quasi fosforescenti. Mi hai fatto avvolgere nella loro nuvola vivente. Non volevi più che uscissi dalle tue acque, trascinandomi con la tua corrente verso quella barriera di coralli che tanto amo, con tutti i suoi splendidi colori.

Sono tornata Moana, e non ti lascerò.

Uno, due e tre

UNO

Un mese in Italia, da tre mesi lontana dalle mie amate isole, è tempo di fare un bilancio sul mio giro del mondo.

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Sapevo che questa sarebbe stata la parte più dura del viaggio, ne ero consapevole, anche per gli obiettivi che mi sono posta.
In Italia in una stagione non ottima, all’atto pratico pessima, con freddo, pioggia e cielo grigio che farebbero deprimere un bufalo. E mi deprimono. Mi sono iscritta in palestra per avere una mano a sopportare tutto ciò ed oggi, giornata di Pasqua, che non posso andare a stancarmi fra gli attrezzi mi sento perduta. Una fitta pioggia coronata da tuoni e lampi non spinge certo ad uscire.
Ho scelto di stare a casa di mia madre, con la speranza di recuperare il pessimo rapporto che abbiamo avuto per tutta la vita, questo forse è l’aspetto che turba maggiormente il mio soggiorno romano. Sono ben pregna della serenità che la Polinesia mi ha regalato, altrimenti non ce l’avrei fatta, non ce la farei. Dopo essermi riposata un paio di giorni a casa di mia sorella, dove di solito mi fermo, sono venuta qui, no, non nella mia cameretta d’infanzia, quella era stata immediatamente rasa al suolo come ero uscita da questa casa, burrascosamente, una notte, ed immediatamente occupata da mio fratello, tanto che nei miei brevi passaggi in questa casa era stata mia nonna a dovermi cedere la sua camera, a me ed a mio figlio, allora bimbo. Dormo nella cameretta da adolescente della mia sorellina, che adolescente non è più già da un pezzo, rosa, tutta fiocchi, con un bagno ad inserti di mosaico che, quando li avevo consigliati a mio padre mai avrei potuto immaginare di godere un giorno della loro bellezza. Sono scivolata in questa cameretta silenziosamente, portando appena il necessario per una notte; i primi giorni non sono stati facili, mia madre sembrava impazzita, come se le avessero infilato in casa una bomba, la sentivo continuamente trotterellare su e giù per il corridoio, come sempre quando è agitata. Visto che la bomba non esplodeva, anzi, se ne restava tranquilla con unico interesse un computer grigio, piano piano l’agitazione è scemata, pur restando io sotto stretta osservazione. Ogni mio oggetto viene perquisito, non più come quando ero giovane, per carpire i segreti della mia vita, ma con un disperato intento di educarmi. Ho riso una sera, trovando il mio libro di lettura chiuso, non aperto e scomposto come lo avevo scandalosamente lasciato sul comodino, con un pezzettino di carta al suo interno per non perdere il segno. Ho riso, non riuscivo più a dormire con quel riso che mi saliva dentro, immaginavo la faccia di mia madre mentre guardava il libro, lo spostava, cercava qualcosa da mettere al suo interno, usciva silenziosa dopo aver magari anche toccato le mie calze appoggiate sulla sedia. Alla presentazione del suo ultimo libro Elles, la scrittrice polinesiana Chantal Spitz raccontava di un suo personaggio, una bambina, la cui   madre, presa dalla propria bellezza, non toccava mai, non una carezza, non un abbraccio. Sono cresciuta così anch’io, con in più questo senso di continuo giudizio su di me, come un occhio enorme che mi segue ovunque, e la pressione di una disapprovazione perenne.
Sono venuta in questa casa con l’intento di rattoppare un rapporto, o forse di iniziarlo finalmente, impresa ardua, quasi impossibile.
La disapprovazione si fa sentire in tutto, dall’acqua che bevo, ai cibi che mangio, se esco, se resto in casa, la non accettazione della mia persona è forte e palpabile intorno a me. Stranamente non mi ferisce, ciò che mi pesa maggiormente, da brava primogenita, è la sconfitta. La sconfitta di non riuscire in questo obiettivo che mi sono posta.
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DUE

Sono al giro di boa del secondo mese. Una delle mie principali occupazioni è stata il sottopormi a visite mediche di ogni tipo, ho cercato di raggruppare tutti i controlli sulla mia persona, facendomi frugare in ogni buco, ed anche oltre. Meglio farlo in Italia, meglio avere davanti a me un medico che parli la mia stessa lingua, meglio capire ciò che mi dicono, fin nelle più intime sfumature.

Ho iniziato a pendere in mano le situazioni immobiliari, quelle che mi danno da vivere, razionalizzando, vendendo, comprando, ristrutturando, avvelenandomi per come si procede in questa parte di mondo, dove ognuno pensa esclusivamente al proprio piccolo interesse, perdendo di vista il benessere generale, che spesso include anche il proprio, in forma maggiore di quanto normalmente si pensi.
Sono riuscita ad incontrare qualche amica di vecchia data, a volte con entusiasmo, a volte con un velo di tristezza per i segni degli anni rimasti sul suo volto.
Mi sto mettendo l’anima in pace, sono sempre più convinta che la vita in questo vecchio mondo non sia più per me. Una nostalgia profonda mi assale, la nostalgia delle isole, delle mie isole. Quando vivevo qui sentivo che qualcosa era fuori posto, adesso so con esattezza che quel qualcosa ero io. Tahiti mia, non vedo l’ora di tornare, di salire in quell’aereo che mi porterà da te in una lunga volata. Per consolarmi ti celebro, raccontando di te pubblicamente in piccoli eventi dove posso mostrare le meraviglie tue e delle altre isole tue sorelle. È il mio atto di amore, di amore nostalgico che presto potrò coronare.
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TRE
Il terzo mese è avvenuto qualcosa di strano, di incredibile, il mio corpo ha iniziato a ribellarsi.

Ha iniziato a riempirsi di infezioni, faringite, bronchite, otite, congiuntivite, per sottolineare il disappunto del luogo in cui era stato portato.
Una fatica incredibile mi ha avvolta, pur senza fare grandi sforzi.
Ho capito che non sarei sopravvissuta, se fossi rimasta qui, il “mal d’amore” mi avrebbe consumata.
Ho capito che non avevo altra scelta che tornare nelle mie isole, in quel paese che sento mio come nessun altro al mondo.

Record del mondo! 

 IMG_0844 IMG_0845Coincidenze? Noooo!

Non è stata una coincidenza, nemmeno un caso che la data della mia prima conferenza sulla Polinesia e le potenzialità di questo meraviglioso paese sia avvenuta in perfetta concomitanza con un altro evento importante. Sono connessa, sempre, comunque, anche se dall’altra parte del mondo.

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Andiamo per ordine.

Il record mondiale di una canzone eseguita all’ukulele in contemporanea risaliva al 2014 quando 2.370 suonatori si erano riuniti a Southampton, lo scorso luglio ed apparteneva alla Gran Bretagna.

Tahiti ha raccolto la sfida.

Il Conservatorio, l’unico di Francia e suoi territori dove si studino musica ed arti tradizionali, è fatto promotore della sfida, offrendo corsi di iniziazione gratuiti a questo strumento mettendo a disposizione i suoi super insegnanti, come l’incredibile Moana, lanciando appelli, chiamando a raccolta ogni persona senza limiti d’età.

Il popolo polinesiano è un popolo fiero, che tiene molto alla sua cultura ed alle sue origini, ci si riunisce, ci si raggruppa ovunque, nelle spiagge, nei garage, il brano da suonare è molto conosciuto, un must della musica di queste isole, fra i Maohi tutti suonano, cantano e ballano, dotati di un incredibile talento.

Il giorno della sfida arriva, la risposta è largamente superiore all’attesa: all’interno del grande stadio di piazza To’ata si trovano 4.750 persone circa, tutte inghirlandate ed in tradizionale abito fiorato, altrettante fuori, non sono potute entrare! Il Ministro della Cultura, l’amico Heremoana fiero della risposta del suo popolo, ha le lacrime agli occhi dalla commozione, nel suo emozionante discorso in televisione, non si aspettava un ritorno così grandioso!

Vedere il video di questa prova è uno spettacolo, tutte le mani si muovono su e giù per le corde dello strumento all’unisono, perché i Maohi sono un popolo unito, conoscono bene la vita di gruppo e si sostengono l’un l’altro, sanno bene cosa sia la vita in famiglia, in distretto, in comunità, non hanno dimenticato che l’unione fa la forza!

Non a caso nelle competizioni sportive, il più applaudito è chi arriva ultimo, chi abbia maggiore bisogno di sostegno!

Sono fiera che, per un caso, la mia prima riunione sulla Polinesia e le sue potenzialità per i viaggiatori che veramente la vogliano conoscere sia capitata proprio in stretta concomitanza, grazie alla differenza di 12 ore di fuso orario, con questo evento.

Grazie Daniela per avermi dato questa data, la tua grande esperienza con AVVENTURE ti ha sicuramente fatto percepire quel qualcosa che era nell’aria…

E tu, Daniela della scuola di Mana Tahiti, l’unica oggi presente in Italia, tu che per 9 lunghi mesi hai ballato fino ad 8 ore al giorno per immergerti in questa fantastica disciplina che è l”Ori Tahiti, la danza polinesiana, per carpirne ogni movimento, ogni tradizione, tu, appassionata allieva anche di questo Conservatorio, sicuramente avrai ballato così bene e sarai stata così sorridente per aver percepito, anche tu come me, l’energia di tutti quegli ukulele che emettevano la loro melodia, suonati all’unisono! Guardate il video aprendo il cuore, la vostra vita potrebbe cambiare!

RECORD DEL MONDO DI UKULELE!

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Emozioni

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Sarebbe stato contento mio padre di vedermi circondata da tutti quei Macori, lui che tanto teneva al nome, o meglio, al cognome. In verità l’incontro doveva essere principalmente con la mia omonima, con la quale ci siamo incontrate su Facebook, e da quasi 5 anni conversiamo amabilmente, partecipando affettuosamente l’una alla vita dell’altra. Questa volta lo scambio è stato così profondo che il figlioletto Mattia ha pensato bene di esibirsi nei suoi primi passi proprio davanti a me! Chissà che non si sia sentito stimolato davanti a ben due persone che portano il nome della sua cara mamma! Grazie Mattia, grazie per avermi permesso di condividere questa emozione, il ricordo resterà per sempre scolpito nella mia memoria!

La borraccia 

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L’autobus corre libero nella notte, finalmente è libero dal traffico e può andare veloce. Poche persone sono salite, non sono abituata ad usarlo la sera, ma riconosco quanto sia comodo farsi trasportare dal grande mezzo, senza perdere tempo a cercare posteggio e ci si può soffermare a pensare, si può trovare qualcuno con cui chiacchierare, scoprire le storie della gente… Davanti a me una ragazza con i piedi nudi, senza calze nei sandali da tedesca, sono rossi dal freddo perché la temperatura non è rigida ma nemmeno così calda. Viene dalla California, non da un paese del nord come mi ero immaginata. Mi chiede un’indicazione, mostrandomi la mappa sul telefonino, proprio come faccio io per orientarmi all’estero, chiacchieriamo amabilmente in inglese, le dò qualche dritta su questa che resta pur sempre la mia città, il posto dove ho vissuto più a lungo nel mondo. Un altro particolare ci accomuna, la borraccia, abbiamo la stessa borraccia, siamo entrambe due viaggiatrici!

L’acqua

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L’acqua era più fredda, ma ci sono scivolata dentro ugualmente.

Non c’erano pesci e nemmeno coralli, del resto non avevo la maschera con il boccaglio e nemmeno le pinne.

Quel liquido azzurro era opaco e meno trasparente di quello delle mie isole.

Che strana sensazione nuotare con il solo corpo! Avevo paura di sbagliarmi, ho iniziato afferrando la tavoletta per essere sorretta mentre provavo la respirazione: inspirare, giù la testa nell’acqua, espirare…

Quando lavoravo, il mio momento di maggiore contentezza era quando andavo a nuotare in piscina, durante la pausa pranzo, e tornavo, come dicevano i miei colleghi, bella vaporosa.

Adesso non so, ci devo pensare.

Sento di star perdendo il sorriso, quella felicità che mi portavo dentro ed usciva prorompente da ogni poro della mia pelle.

Una nostalgia tremenda mi attanaglia lo stomaco, dentro di me un grido: “Cosa ci faccio qui?”

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Colombo

Colombo, la capitale dello Sri Lanka, è un vero inferno. Traffico congestionato ovunque, chiasso e polvere in gran quantità, sembra di essere entrati in un girone dantesco. Mi sono spostata in bus per arrivare a Pettah, sede di un incredibile mercato, con ogni tipo in vendita: i venditori urlano nei loro altoparlanti, è lotta all’ultimo decibel per farsi sentire, mendicanti di ogni genere cercano di impietosire i passanti per un po’ di danaro, un uomo tartaruga dalle gambe amputate sdraiato a terra agita le braccia ed il moncherino più lungo urlando una lunga litania con la bocca sdentata, contorta in una smorfia di dolore, volevo dargli dei soldi ma non ce l’ho fatta ad avvicinarmi, era troppo anche per me, non so se mi abbia più colpita quel roteare o la sua espressione drammatica. Esagerare col marketing può non pagare. In ogni strada ci sono lavori in corso, ad ogni ora del giorno e della notte, polvere, altro rumore, materiali ammucchiati, difficoltà di passaggio. Ho chiesto faticosamente un’indicazione a due poliziotti, pochi parlano inglese qui, per essere rassicurata e sentirmi ripetere che non ci sono pick pockets, ladruncoli qui, rassicurata, mi sono infilata nelle viuzze cariche di mercanzie, qui tutti mi chiamano, tutti, anche chi non c’entra nulla, cerca di vendermi qualcosa, diventa immediatamente intermediario, è la legge del commercio! La mia amica che vive a Mumbai raccontava che le sembra la Svizzera, sono contenta sia venuta lei a trovarmi, non so se avrei potuto farcela… Volevo andare alla Chiesa di San Antonio, oggi è domenica e pare ci sia una statua miracolosa di questo Santo che aiuta per le buone unioni e per la fertilità; le mamme portano le figlie adolescenti, per garantire loro un buon futuro di mogli e madri. Scopro che è molto fuori zona, non vicina al mercato come mi avevano spiegato, qui c’è la Chiesa di San Filippo Neri, tutta un’altra storia, quella che cerco è a Colombo 16, ora sono in pieno centro a Colombo 1, qui i quartieri vengono numerati per orientarsi nel caos di strade e stradine, scoraggiata da questi enormi 15 numeri che ci separano, cambio programma. Tratto l’acquisto di alcuni tessuti, forse di cotone, devo fare parecchi regali, me ne servono molti, il venditore è incredulo, mi fa scrivere il numero di quanti ne voglia sull’immancabile calcolatrice: “twenty, si, ne voglio venti”, confermo, e secondo l’incomprensibile legge del terzo mondo che più oggetti si comprano, più si hanno i mezzi per pagare, mi spara un prezzo totale largamente superiore se diviso al metro di quello della seta del mio bel vestito. Indispettita me ne vado, non sopporto questo trattamento di “favore”, per cadere nelle grinfie dei conducenti di tuk tuk che, chissà perché, con me non vogliono azionare il tassametro, e sono tutti solidali! Chiedo spiegazione all’onnipresente poliziotto, che gentilmente si informa per me su quale bus prendere. È il 138, ma non riuscirò a salirci, il conducente mi indica un tuk tuk, dicendomi che è meglio che vada al mio centro commerciale con quello. Salgo sul 100, so che alla peggio mi riporterà a casa, scopro di essere ad un passo dal Doich Hospital, l’ex Ospedale Olandese, oggi trasformato in centro commerciale. Gironzolo li dentro per un po’ senza trovare nulla di interessante, mi allungo fino alla zona di Forte, una delle più antiche della città, che da sul grande porto commerciale carico di navi, risalgo sul 100 che resta il mio bus preferito e me ne torno in albergo. È molto caldo, perché non riposarsi un po’? Per fortuna lo Sri Lanka non è solo Colombo!